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La chiamavano Selvatica. Perché sempre sola, schiva, isolata.
Era di bell’aspetto, piuttosto formosa.
Dall’apparenza bonaria, la “sua”, una famiglia tutta di femmine.
Oltre la madre, Nuvoletta, due sorelle: una di primo letto che si chiamava Nerina; la più piccola, Ninetta, che vestiva sempre di grigio e bianco come la genitrice, nata da altro accoppiamento.
Le tre sembravano indissolubili, complici.
Nerina, con il compito di gestire ed organizzare, si occupava di procacciare il cibo, di coccolare la sorellina più piccola, e di proteggere il “nucleo”.
Ogni tanto Selvatica si avvicinava a loro: cauta, conciliante. Ma veniva sempre scacciata.
Non ne capivo il motivo, e la cosa mi dava fastidio.
Finché un giorno non la vidi urinare: lo faceva come un maschio. Alzava la coda e spruzzava!
Voleva segnare il territorio? Era forse per questo che veniva messa da parte?
Eppure, guardandola con attenzione, non possedeva genitali maschili.
Passò del tempo e la famiglia d’origine aumentò: la madre e le sorelle figliarono. Lei no.
Finché non accaddero due fatti che cambiarono la situazione.
Un orfanello tutto bianco scaturì nella zona sortito dal nulla. Avrà avuto un mesetto. Selvatica gli si avvicinò, lo annusò, e se lo portò per la collottola nel suo rifugio.
Prese ad accudirlo. Lo lavava e gli portava del cibo.
A lui ne aggiunse poco dopo un altro che aveva “rubato” ad una sua simile che era sempre in calore.
Quanta dolcezza per quei due figli! E quanta durezza nei confronti della madre naturale che voleva riprendersi il piccolo con tiepida convinzione.
Selvatica ora possedeva una famiglia.
Tutti e tre gli “elementi” indissolubili a bilanciare la parte che l’aveva sempre rifiutata.
E così potrebbe finire la storia.
Se non fosse per un colpo di scena: Selvatica ebbe il suo primo periodo d’amore, venne ingravidata, e partorì dei gattini bellissimi.
La sua famiglia divenne numerosa, ed invidiata da tutti gli altri gatti del quartiere.